Turismo: poche idee ma confuse

via Maqueda vista dal’alto

(Sergio Scialabba) Le straordinarie opportunità di volare a basso costo, prenotare una stanza in un bed and breakfast, attingere a informazioni sul web e, quindi, sollecitare la fantasia, hanno dato una spinta enorme al turismo.

Si tratta di un fenomeno mai verificatosi, che ha cambiato il modo di viaggiare, ampliando il numero delle destinazioni e incrementando  gli addetti. Gli effetti, però, sono discutibili e niente affatto positivi, in molti casi, sulla qualità della vita nei luoghi più frequentati, sulla salvaguardia degli stessi siti, sulla sicurezza.

Proprio per queste ragioni, oggi che il lockdown ha azzerato il comparto, la lettera  che 15 assessori municipali italiani, tra i quali il sindaco di Palermo, hanno inviato al ministro competente, appare approssimativa nella comprensione del problema, priva di coerenza e, fatalmente, senza una visione del futuro.

Non è infatti “grazie all’operato virtuoso delle amministrazioni che l’intera filiera è cresciuta continuamente negli ultimi anni” ma per una serie di ragioni che nulla hanno a che fare con le politiche locali, a cominciare dalla deregolazione su scala planetaria dell’offerta. I citati bilanci comunali hanno difficoltà da decenni, sono i più colpiti da quando è entrata in crisi la finanza statale per ragioni che, oggi, drammaticamente riemergono allorchè ritorna l’esigenza di negoziare con istituzioni sovranazionali.

Risulta stucchevole citare quanto incida il turismo sul Pil nazionale. L’Italia è il paese più bello del mondo. È una meta apprezzata ovunque, da sempre. Insistere su tutto questo è inutile. Il problema non sono nè i numeri, nè tampoco le potenzialità. Appare inspiegabile l’evocazione di un collasso del sistema e le conseguenze “tenuto conto delle molteplici attività collegate e dei numerosi professionisti coinvolti, che vanno dalla ristorazione e l’enogastronomia alla fruizione del patrimonio storico, culturale, artistico e paesaggistico, dai trasporti alle strutture per il soggiorno e al settore degli eventi“.

La pandemia ha fatto collassare il sistema economico nel suo complesso. Si potrà pensare al rilancio del turismo dopo usciti dall’emergenza e, in ogni caso, non prima che riaprano a condizioni diverse ristoranti, bar e tutte le altre attività. Che la crisi “richiede lo sforzo e la massima concentrazione di tutti” è un rigo sprecato della lettera. Così come ritenere “necessaria l’introduzione di azioni concrete e misure specifiche a favore dell’industria del turismo“. 

È grazie all’imposta di soggiorno che le amministrazioni hanno potuto, fino ad adesso, erogare servizi essenziali non solo per i turisti ma anche per i cittadini, quali – solo per citarne alcuni – il trasporto pubblico locale, la manutenzione di strade e del patrimonio arboreo, l’illuminazione, la conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale, la pulizia e il decoro dei nostri centri storici? A Palermo pochissimi cittadini se ne sono accorti.

Infine, la richiesta di un fondo speciale a sostegno delle città turistiche nel timore che “le imprese del turismo moriranno e i servizi essenziali che i comuni potevano erogare grazie alle entrate derivanti dal turismo saranno inevitabilmente (e nostro malgrado) azzerati” è sbagliata. I comuni, infatti, devono negoziare con lo Stato i fondi necessari per ripristinare condizioni minime di efficienza dei servizi: trasporti, manutenzioni, smaltimento dei rifiuti sia per i cittadini che per i turisti.

Una volta ripristinate questa condizioni minime, si potrà ricominciare a parlare di turismo. Infine, appare fuori luogo l’idea di un “rilancio del brand Italia“. Questa emergenza epidemiologica ha dimostrato che è meglio parlare più di Italia e meno di brand. Forse è proprio l’idea di trasformare tutto in brand che ha causato questa crisi epocale. La cosa stupefacente è il numero di firme apposte al discutibile documento, soprattutto se commisurato alla posta in gioco.

 

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