Tante donne uccise, troppe

La panchina rossa simboleggia il “no” alla violenza contro le donne

(Sergio Scialabba) Tante donne uccise, troppe. Ovunque al Sud come al Nord, nelle città come nei borghi. C’è il gesto estremo ma anche la violenza domestica, che è di tanti tipi: fisica e spirituale. C’è il ricatto, ci sono le persecuzioni.

Certamente il femminicidio – a cominciare dal nome – pretende un radicale cambiamento di prospettiva, intanto nella sua analisi. Come lo pretenderebbe qualunque gesto che raggiunge il suo culmine nell’annientamento e nella privazione della vita, che diventa diffuso come un virus.

Può succedere che l’uccisione di una donna lasci eredità pesantissime come figli, anche piccoli, che cresceranno senza madre.

Non ha senso indagare sulle motivazioni del caso. C’è, invece, da provare a fare – tutti, donne e uomini – un passo indietro rispetto a una relazione che – per ragioni di carattere evidentemente culturale e sociale – sembra non reggere più.

Da questo punto di vista, la pandemia – con le conseguenti misure del confinamento più o meno rigoroso, della riduzione della socialità e del telelavoro – è un elemento decisivo, probabilmente un detonatore.

Essa, infatti, esaspera tensioni che, in condizioni normali, non superano la soglia di tollerabilità, aggrava problemi economici e disagio esistenziale vicini al punto limite.

Soprattutto, sconvolgendo il rapporto tra ambiente esterno e privato, scombussola la vita degli individui, anche quella interiore, intima, e i rapporti, che vengono veduti con una luce nuova, enfatizzandone lati e mettendone in ombra altri, a volte con conseguenze insospettate.

Non c’è dubbio che il mondo post-pandemico dovrà ripensare stili di vita, problemi di emarginazione, disagio, povertà. Ma, anche, affrontare in modo nuovo, senza banalizzazioni o visioni strumentali, la questione femminile, le pari opportunità, il tema della famiglia e della sua tutela. Non solo per salvare vite umane ma per aiutare donne e uomini ad essere felici.

 

 

 

 

 

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