Sos Villaggi dei Bambini chiede un “patto educativo territoriale” per la scuola

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Con la riapertura delle scuole di ogni ordine e grado, chiuse in Italia dal 4 marzo, tanti sono i dubbi e non poche le difficoltà, ma una grande certezza c’è: la scuola deve rimanere al centro dell’agenda politica e degli sforzi di tutte le nazioni, perché è il primo vero argine alle diseguaglianze e alla povertà educativa e materiale di ogni individuo. 

Come ha ricordato il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’Europa Hans Kluge, la pandemia da covid-19 ha causato la più grande interruzione dei sistemi educativi nella storia, colpendo quasi 1,6 miliardi di studenti in più di 190 Paesi. Cifre drammatiche, se accostate a quelle che riguardano la condizione socio-economica delle famiglie in Italia, dove si stima siano oltre 1,8 milioni i nuclei in condizioni di povertà assoluta, con 1 milione e 260 mila bambini coinvolti (dati Istat 2019).

“La chiusura delle scuole, sia pur necessaria, ha danneggiato tutti i bambini ma, come tutte le crisi, ha avuto ripercussioni maggiori sui bambini che appartengono a famiglie vulnerabili; parliamo di giovani vittime di violenza, di bambini che vivono in case-famiglia, di minorenni stranieri non accompagnati” ricorda Samantha Tedesco, responsabile Advocacy e programmi di Sos Villaggi dei Bambini. E prosegue “la scuola rappresenta non solo il luogo in cui apprendere, per molti bambini è la possibilità di un pasto sano e completo al giorno. E per molti bambini, purtroppo, è l’unico pasto completo dell’intera giornata. La scuola è la possibilità quindi di alimentare il corpo e la mente, è la possibilità per molti bambini non solo di mangiare, ma di essere ‘visti’ da adulti competenti, di fare sport, di essere considerati bambini e ragazzi con bisogni propri. La scuola è un presidio di tutela in particolare per i bambini vulnerabili”.

Durante il lockdown 1 bambino su 10 non è riuscito a seguire la didattica a distanza e ha, quindi, abbandonato in maniera silenziosa la scuola; 1 bambino su 5 non è riuscito a fare i compiti. Le segnalazioni ai centri antiviolenza sono aumentate rispetto allo stesso periodo 2019, segno che, durante questi mesi, sono aumentati i bambini che hanno subito violenza in diverse forme, anche violenza assistita, mentre gli interventi educativi domiciliari sono stati annullati perdendo la possibilità di monitorare le situazioni già critiche.

Di fatto, si è realizzata una discriminazione ulteriore sui bambini già in situazione di fragilità. Abbiamo bisogno di sanare questa discriminazione, di riaprire le scuole senza esitazioni o sterili discussioni. La questione su cui oggi tanto si dibatte, quella dei banchi individuali, non è certamente prioritaria, anzi rischia di essere controproducente. Il banco singolo non farà che aumentare l’isolamento dei bambini e ragazzi, molto meglio sarebbe utilizzare i banchi che ci sono in maniera originale mantenendo la distanza necessaria tra le pieghe labiali dei bambini: è fattibile, sostenibile e soprattutto consentirebbe a tutti i bambini di sentirsi ancora parte di una comunità, dopo mesi di DAD.” aggiunge Samantha Tedesco.

Il nesso tra povertà educativa e disagio socio-economico è evidente. Le famiglie più povere sono generalmente quelle con minore scolarizzazione e l’incidenza della povertà assoluta risulta doppia nei nuclei familiari dove la persona di riferimento non ha il diploma (elaborazione Openpolis/Con i bambini, su dati Istat 2019).

In Italia la percentuale di uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione dei giovani di 18-24 anni in Italia è al 14,5 per cento (quart’ultimo posto), rispetto al 10,6 per cento europeo. Nella media dei Paesi dell’Unione Europea, le persone di 30-34 anni che hanno completato un’istruzione terziaria (università e altri percorsi equivalenti) sono state il 40,7 per cento, mentre l’Italia occupa il penultimo posto, con il 27,8 per cento. Anche la percentuale di persone di 25-64 anni che hanno conseguito almeno il diploma è significativamente più bassa della media europea (-16,4 punti rispetto al 78,1 per cento dei Paesi dell’Ue28 presi nel loro insieme). I giovani italiani risultano meno specializzati e, quindi, dotati di minori possibilità di accedere a posizioni lavorative che garantiscano loro un reddito sufficiente e un’adeguata soddisfazione personale.

Per uscire da questa impasse, la parola d’ordine è: investire. Come spiega Samantha Tedesco, Sos Villaggi dei Bambini chiede un impegno affinché “la scuola ri-nasca. Non chiediamo di tornare alla scuola di prima perché la normalità della scuola di prima non andava già bene. Ci eravamo solo adattati. Il rapporto numerico 1:25 non andava bene nemmeno prima. Una scuola chiusa rispetto al proprio territorio non andava bene nemmeno prima. Chiediamo che dall’esperienza del covid-19 nascano idee nuove, che si abbia la forza di investire, che dopo una crisi epocale come quella che abbiamo vissuto non si scelgano scorciatoie prese solo nell’ottica di prevenire il contagio. Abbiamo bisogno di investire sulla scuola, di passare dal 3,8 per cento attuale del Pil al 5 per cento come nella media europea. Serve un progetto speciale dopo tanto isolamento che metta al centro la relazione educativa per recuperare fiducia e capacità di apprendimento. I bambini sono resilienti possono farcela se noi adulti creiamo le condizioni favorevoli. Serve un ‘patto educativo territoriale’ come stiamo dicendo in molti. Investiamo sulle figure educative, mappiamo i luoghi del territorio, osiamo andare oltre le sentinelle o gli assistenti civici per controllare il rispetto del distanziamento fisico!”. (Redazione)

 

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