Nelle cifre sull’immigrazione la crisi del popolo europeo

Il Parlamento di Strasburgo (ph Frederic Koberl on Unsplash)

(Sergio Scialabba) Nel vecchio Continente, al 2018,  è residente il 30,2 per cento del totale dei migranti a livello globale, mentre sono 39,9 milioni i cittadini stranieri residenti entro i confini dell’Unione Europea a 28 Stati membri, in aumento del 3,5 per cento rispetto al 2017.

Il Paese dell’Unione Europea che, nel 2018, ospita il maggior numero di migranti è la Germania (oltre 9 milioni), seguita da Regno Unito, Italia, Francia e Spagna. 

L’Italia, con 5.255.503 cittadini stranieri regolarmente residenti (8,7 per cento della popolazione totale residente), si colloca al terzo posto nell’Unione Europea. Diminuiscono gli ingressi per motivi di lavoro, mentre aumentano quelli per motivi di asilo e protezione umanitaria. Dal 2014 la perdita di cittadini italiani risulta l’equivalente di una grande città come Palermo (677mila persone): una perdita compensata, nello stesso periodo, dai nuovi cittadini per acquisizione di cittadinanza (oltre 638mila) e dal contemporaneo aumento di oltre 241mila unità di cittadini stranieri residenti. Questi alcuni dei numeri del XXVIII Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes.  

Qualche anno fa, una fonte assolutamente attendibile diffuse, nel corso di un convegno, dati riguardanti demografia e migrazioni da qui al 2050. Le tendenze dovrebbero suscitare preoccupazione e sollecitare le istituzioni europee a predisporre una strategia efficace e lungimirante. È, infatti, soprattutto la parte meridionale del vecchio Continente, proprio quella che ha, già, grandi difficoltà di sviluppo, ad affrontare una crisi che rischia di apparire come segnale di un ineluttabile declino.

La percentuale di popolazione africana, nel 2050, sarà pari al 21,2 per cento di quella mondiale contro l’8,8 del 1950, mentre, nello stesso anno, quella europea è destinata a scendere al 7,9, mentre nel 1950 era del 21,7.

A zero migrazione, segnando 40 anni a partire dal 2010, la popolazione del vecchio Continente passerà da 733 a 640 milioni (-13 per cento), gli adulti da 15 a 65 anni saranno diminuiti del 28 per cento e i giovani fino a 15 anni del 17 per cento. Gli ultrasessantenni saranno aumentati del 55 per cento. Tra il 1950 e il 2010 la popolazione europea è passata da 108 milioni a 162 milioni (più 49 per cento),  il Nordafrica dai 53 milioni del 1950 a 214 nel 2010 (più 304 per cento) e l’Africa subsahariana da 183 milioni nel 1950 a 866 nel 2010 (più 373 per cento).

Se le porte alla migrazione verranno chiuse, tra il 2010 e il 2030 la popolazione europea resterà sostanzialmente stabile. Il problema seguiterà a riguardare il Nordafrica: da 201 milioni nel 2010 si toccheranno 284 nel 2030 (più 35 per cento) e l’Africa Subsahariana da 866 milioni nel 2010 giungerà a 1 miliardo 322 milioni nel 2030 (più 53 per cento).

Il dato più sconcertante è quello della popolazione tra i 20 e i 40 anni. Dal 2010 al 2030 nell’Europa del Sud diminuirà del 28 per cento (da 43 milioni a 31 milioni) mentre il Nordafrica raggiungerà, nel 2030, 86 milioni (più 19 per cento) partendo dai 72 milioni del 2010. L’Africa Subsahariana dai 252 milioni del 2010 passerà a 421 milioni nel 2030 (un impressionante più 67 per cento).

Queste cose, evidentemente, si sapevano da tempo. L’Africa una pentola a pressione pronta ad esplodere, la parte della popolazione italiana più dinamica (età dai 20 ai 40 anni) che diminuisce di numero. Il governo deve assolutamente favorire investimenti e iniziative imprenditoriali per favorire una crescita collettiva che, a questo punto, non è solo economica. La stessa identità nazionale, proprio in ciò che la unisce a quella europea, sembra essere messa a repentaglio da fenomeni spaventosi. E la partita si gioca, ancora una volta, nel Mezzogiorno. (Sergio Scialabba)

 

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