La scadenza dell’ottimismo (di Sergio Scialabba)

la Rinascente di Palermo sta per chiudere i battenti

 

di Sergio Scialabba

 

Il report di una nota piattaforma digitale del turismo e della ristorazione rilevava come, alla fine della stagione estiva 2020, a  soffrire di più siano state le città d’arte, complici  l’assenza di turisti stranieri, come preannunciato da un bollettino Enit di luglio, e la stagionalità.

Chiediamoci se una capitale come Palermo – nella quale il Consiglio Comunale si appresta a un voto contro il sindaco ritenuto da alcuni consiglieri immeritevole di fiducia – meriti qualcosa in più dei visitatori “mordi e fuggi” laddove il morso rimanda, senza metafora, al cibo da strada, con tutto il rispetto.

Un progetto complessivo di lungo termine, per esempio, che ne faccia la capitale del turismo congressuale, tanto per lanciare una proposta. Ci sono tutte le condizioni. Ma per renderla appetibile occorrono servizi pubblici non solo efficienti ma di qualità tale da sbaragliare la concorrenza.

Parliamo di bus, di decoro, di raccolta dei rifiuti. A prova di bomba, che sia d’acqua oppure da disinnescare al porto o da un’altra parte.

Se chiude un grande magazzino ispirato a quelli nati in Francia, che porta un nome prestigioso, pensiamo che il marchio Rinascente fu inventato da Gabriele D’Annunzio, il problema non è solo la perdita di posti di lavoro diretti o indiretti che siano. È intanto una questione di immagine o anche d’onore, senza fraintendimenti. Perchè Milano, Torino, Roma, Catania si e Palermo no?

La prima responsabilità, in questo senso, è dell’amministrazione municipale e non dei sindacati.

La perdita di un sito commerciale in un punto strategico indebolisce quella porzione di territorio. Viene meno un punto di riferimento. È come quando un incendio distrugge la vegetazione e alimenta il rischio di frane. Quando il commercio imbocca questa spirale muoiono letteralmente pezzi di città. Accade a New York dove rispuntano gli sbandati e i delinquenti, a Parigi, in Spagna, nel Maghreb e anche in Sicilia.

Ecco perchè il Comune, invece di scrivere al governo nazionale (peggio che andar di notte), dovrebbe offrire alle parti di una controversia ogni argomento utile per scongiurare la chiusura. Tra gli argomenti disponibili c’è, per esempio, il ricchissimo patrimonio immobiliare del Comune, utilizzato da lungo tempo notoriamente in modo per lo meno discutibile.

Si tratterebbe di agire secondo una logica commerciale o imprenditoriale. Lo sappiamo, agli aristocratici illuminati fa un pò schifo. Ce ne siamo già accorti.

Servizi efficienti, commercio, musei virtualmente collegati: una città che rischia di svuotarsi può tornare attraente solo così. Ma lo svuotamento, oltre che di contenuti, è di persone. La città è un punto di transito delle migrazioni, essendo al centro del Mediterraneo. La geografia non si può cambiare. E la questione non può essere affrontata da una amministrazione locale.

Ma è inutile tendere una mano a chi soffre se quella mano è stata precedentemente tagliata. Forse la Chiesa dovrebbe pensare non solo a chi ha di meno (o niente affatto) ma anche ai tanti uomini di buona volontà. Che rischiano di perdere (pare che si chiamasse così) l’ottimismo della volontà. Come se anche l’ottimismo avesse la scadenza.

Anche da questo punto di vista, la battaglia che si combatte nella sala consiliare di un bel palazzo cittadino rischia di essere effimera. 

 

 

 

 

 

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