La migliore parola

La celebre immagine della strage di Capaci

di Sergio Scialabba

 

Anche ammettendo che, nel 26° anniversario della strage di Capaci, il silenzio sia la migliore risposta alla strage di verità e giustizia che ha fatto certa antimafia, esso evoca una frase siciliana che, tradotta in italiano, suona “la migliore parola è quella che non si dice”. Frase che, a sua volta, adombra la cosa più siciliana che ci sia, ovvero l’ omertà. Cionondimeno, non può non pesare sulla comunicazione, sulle strategie, sul diritto e sulla prassi la recentissima inchiesta su spioni, politici, faccendieri e imprenditori. Inchiesta che rende più complicata la già difficile decifrazione dello scenario, non solo isolano. Ha certamente ragione chi chiede di non sbattere il mostro in prima pagina. Ma, anche in questo caso, si tratta di uno scrupolo tardivo. Che arriva dopo che, attraverso meccanismi perversi, tanti sono finiti troppe volte nel terribile tritacarne delle inchieste giudiziarie e giornalistiche.  Perdendo, in molti casi, salute, proprietà, reputazione, onore. Persino la vita. Forse sarebbe ora di rivalutare l’ attività imprenditoriale, la figura stessa dell’ imprenditore. Ora, proprio ora che un certo mondo confindustriale viene messo sotto accusa. E, soprattutto, quando, nel corso di una travagliatissima formazione del governo nazionale, emerge che l’ industrializzazione e, con essa, la modernizzazione, lo sviluppo e la salvaguardia dei posti di lavoro mostrano di avere più nemici di quanto sembrasse. Ma, soprattutto, occorre rivalutare la figura del politico di professione. Che ha studiato e, poi, imparato a tenere la schiena dritta. Perchè se i politici avessero tenuto la schiena dritta, 26 anni fa come oggi, ci avrebbero guadagnato tutti: imprenditori, semplici cittadini e quegli stessi magistrati di cui si ricorda, in queste ore, l’ estremo sacrificio.

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