L’oratorio dei Bianchi è un gioiello da riscoprire

un particolare dell’Oratorio dei Bianchi

(Carmela Corso)  Passa quasi inosservato, attraversando i vicoli della Kalsa, l’Oratorio dei Bianchi, un vero e proprio gioiello architettonico da riscoprire, poco distante la Chiesa di Santa Maria dello Spasimo, dall’aspetto austero, custode al suo interno di un piccolo tesoro fatto di marmi mischi e tramischi, bassorilievi e stucchi di pregevole fattura, eseguiti dalla mano eccellente di Giacomo Serpotta.

Realizzato nella seconda metà del Cinquecento dall’omonima Compagnia, il complesso monumentale dell’Oratorio dei Bianchi racconta una storia assai travagliata, che abbraccia un arco temporale di circa dieci secoli, frutto di un’affascinante stratificazione di interventi legati a doppio filo alle vicende storiche e politiche della città. La testimonianza più antica è costituita dai resti lignei della Porta della Vittoria (“Bab el Fotik”), antica porta di accesso della cittadella fortificata della Al-Halisah, espugnata dai normanni al seguito di Ruggero il Guiscardo nel 1071: da questa porta, secondo le cronache cittadine, sotto la protezione della Vergine Maria che apparve sopra la porta della città ad indicare la strada, il Gran Conte e i suoi trovarono l’accesso alla città. In quel sito, nel 1489 Matteo Carnalivari diede inizio ai lavori di costruzione di una cappella intolata alla Vergine della Vittoria (modificata nel corso del XVIII secolo, dopo un terribile incendio, da Filippo Giudice che le diede l’attuale configurazione con il loggiato esterno, la navata unica e le cappelle laterali addossate ai muri longitudinali) affidata alla  Nobile, Primaria e Real Compagnia del Santissimo Sacramento, detta “dei Bianchi” per via dell’abito cerimoniale indossato dagli ecclesiastici e i gentiluomini che ne facevano parte e che avevano il ruolo, che vide l’apice massimo durante gli anni dell’Inquisizione in Sicilia, di portare conforto e sostegno ai condannati a morte nei giorni precedenti alla loro esecuzione, quando, per privilegio, non vi era presenza alcuna di guardie.

L’opera del Serpotta è da riscoprire e valorizzare

Influente e potentissima per via della presenza tra i suoi appartenenti delle più alte cariche politiche e religiose della città, la compagnia dei Bianchi godette di numerosi privilegi, tra cui quello di occupare il primo posto tra le congregazioni nella solenne processione del Corpus Domini e quello, esclusivo, di poter concedere a suo insindacabile e onorevole giudizio, la grazia ad un condannato a morte nel giorno del Venerdì Santo; privilegio che fece sì che, nei tre secoli della sua esistenza, confluissero al suo interno solo i componenti delle famiglie più illustri del regno.

Dopo della soppressione della compagnia nel 1820 e durante tutto il secolo scorso, l’edificio venne lasciato all’incuria e all’abbandono che portò alla graduale perdita dei ricchi apparati interni. Fu l’acquisto del 1987 da parte della Regione Siciliana ed una complessa opera di restauro portata a termine tra il 2000 e il 2002, a restituire nuova dignità all’intero complesso.

Oggi, il sito, adibito a spazio museale, ospita gli stucchi realizzati da Giacomo Serpotta tra il 1703 e il 1704 per le cappelle della Madonna della Pietà e della Vergine della Chiesa del Monastero delel Stimmate di San Francesco (demolita per consentire la costruzione del Teatro Massimo), riposizionati secondo la disposizione originaria. Ad essi è affiancata una selezione di materiali plastici barocchi, in stucco e terracotta, attribuito al Serpotta e a lui riferibili per il livello esecutivo e la rispondenza iconografica alla variegata tipologia dei suoi angeli. Dal fondo della ex chiesa di Santa Maria della Vittoria, attraverso un imponente scalone in marmo bianco – decorato da tondi a rilievo realizzato su progetto di Emanuele Caruso dai marmorai della famiglia Musca – si accede all’aula religiosa del piano superiore e gli altri ambienti dell’oratorio, ancora in fase di restauro. Di notevole pregio il “Salone Fumagalli” (degli “aggiornamenti”) interamente affrescato a trompe l’oeil dell’omonimo pittore, il pavimento composto da 2200 mattoni maiolicati, e le pitture paretali realizzate sotto la direzione di Carlo Chenchi ed Emanuele Cardona riproducenti Mosé che fa sgorgare l’acqua dalle rocce del deserto (Antonio Mercurio), la Decollazione del Battista (Giuseppe Testa) e la Crocifissione (Antonio Manno). L’iconografia svolge un tema preciso, allusivo al costante bisogno di Dio di mettere in relazione con i fini e la missione della Compagnia dei Bianchi, ossia confortare i penitenziati condannati a morte nei tre giorni precedenti l’esecuzione e “aiutarli a ben morire”, curando l’aspetto spirituale, diffondendo la parola di Dio e invitandoli al pentimento e alla confessione per la salvezza dell’anima.

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