L’ isola che non c’è più (di Lino Buscemi)

piazza Esedra

 

di Lino Buscemi

 

Forse il giudizio non è del tutto attuale, perché molte cose sono cambiate (e in peggio) dal 2011, quando lo scrittore palermitano Giorgio Vasta, a proposito del quartiere Matteotti, chiosò sul settimanale L’Espresso che “ a partire da quel senso di incoercibile decenza che lo contraddistingue, è un’isola buona all’interno di una città nella maggior parte dei casi indifferente a se stessa”. Probabilmente fin dalla redazione del piano di massima, nella mente dei progettisti, l’architetto Luigi Epifanio e l’ing. Giovanni Battista Santangelo, si sviluppò l’idea di dare vita ad un sito urbano unico nel suo genere: un quartiere-giardino che evocasse  le  garden-city  inglesi, con case immerse nel verde, dove anche decenza, bellezza, pulizia e gentilezza, sono da tutti percepiti e praticati. Un’idea che non dispiacque alle autorità fasciste, le quali, anzi, in cerca di consenso,  agevolarono con entusiasmo e propaganda, le iniziative volte a trasformare la vasta area periferica alla fine della ( non completata) via della Libertà, alle spalle di villa Ranchibile e poco prima del sontuoso monumento,  chiamato  dai palermitani la “ statua”.  Risale al 1929 la decisione dell’Istituto case popolari di acquistare, dagli eredi del principe Monroy di Pandolfina, ben 55 mila metri quadrati di terreno con lo scopo di “impiantarvi” il quartiere Littorio. Manco a dirlo la prima pietra fu posta nel nono anniversario della marcia su Roma, ovvero il 28 ottobre 1931. L’anno successivo, le opere erano state quasi tutte completate. A parte il monumentale ingresso con arco di piazza Esedra, il rione comprende trentadue costruzioni, soprattutto in stile liberty, tre grandi lotti di cui uno, progettato da G.B. Filippo Basile junior, con ingresso dal civico 104 di via Libertà. Negli altri due si accede da via Vodige  e da piazza Edison dove, al centro di questa, c’è il cinquecentesco  (per qualche studioso risalirebbe al periodo delle guerre puniche)  misterioso pozzo: venti metri di profondità, dodici  di larghezza, quattro rampe di scale per complessivi 95 gradini e una galleria di fondo lunga trenta metri e larga quasi due .

il pozzo di piazza Edison

Per secoli sommerso da selvaggia flora, venne “alla luce” proprio nel 1931  nel corso dei lavori di sistemazione della piazza.  L’interno del rione si distingue per un reticolo di strade che s’incurvano e viali, nei quali ricadono le famose, ed oggi “costose”, villette a due piani con giardino.  Le case, benchè inizialmente assimilate ad edilizia economica ( il regime fascista, infatti, le destinò  agli impiegati statali, in prevalenza ferrovieri), nel tempo, in effetti, hanno  acquisito un valore superiore alle vicine residenze borghesi. L’urbanizzazione  del vasto territorio avvenne, naturalmente, di pari passo all’edificazione delle villette. Oltre alle strade, rete idrica e fognaria, furono realizzate la scuola elementare e la chiesa di Maria santissima Regina Pacis. Stando alle cronache di quel periodo,  gli assegnatari degli alloggi, non risparmiando denaro e fatica, si diedero da fare per allestire  rigogliosi giardini, ricchi di alberi , piante e fiori di ogni specie. Il quartiere-giardino  era diventata una realtà.   Dopo giunsero i terribili bombardamenti aerei del 1943 che, per fortuna, scalfirono appena e con lievi danni  quell’agglomerato di case dignitose e profumate. Caduto il fascismo il 25 luglio del ‘43, si decise, il 25 novembre dello stesso anno, di cambiare nome al quartiere. La municipalità volle intestarlo al martire socialista Giacomo Matteotti. Contemporaneamente furono cancellati  i simboli del passato regime. A farne le spese, per primo,  l’elemento ornamentale con il fascio posto sulla sommità dell’arco d’ingresso. A suo posto ne hanno installato  uno simile , senza simboli e con la semplice scritta di “ Quartiere giardino Matteotti”. Seguirono anni  di  serenità e tranquillità: il decoro delle strade e dei siti pubblici era garantito sia dall’ordinaria e continua manutenzione comunale che dalla collaborazione dei cittadini. Da un paio danni, purtroppo, la “incoercibile decenza” è stata messa a dura prova dall’incuria e dal degrado: strade sporche e abbandonate ( vicolo Pandolfina, in testa); marciapiedi in rovina e stracolmi di escrementi di cani; tombini intasati; pali della luce claudicanti; alberi, di proprietà pubblica e privata, scarsamente curati; aiuole inesistenti; traffico caotico (conseguenza anche della chiusura di viale Lazio ) che diventa insopportabile  nei pressi della scuola quando gli scolari devono entrare ed uscire. Il fornice del prospetto monumentale a forma di esedra, è stato degradato, senza rispetto per automobilisti e passanti, a maleodorante , antigienico e ben visibile pubblico vespasiano. Mentre i vicini portici colonnati necessitano d’interventi urgenti di consolidamento e tinteggiatura. L’edificio scolastico “Nicolò Garzilli”, in funzione dal 1933, è, malgrado l’attenta gestione della direttrice,  malandato nell’aspetto  per scarsa manutenzione. Recentemente ha fatto parlare di sé a causa del crollo del soffitto dei bagni e per gli interventi di abbattimento di  quasi tutti i pericolanti cornicioni ( gli operai inviati dal Comune hanno lavorato, senza soste, per alcuni mesi). L’ampio profondo pozzo di piazza Edison è mal messo. Topi e insetti vari lo infestano. Se non si interviene subito, rischia di essere sommerso definitivamente da rifiuti di ogni tipo ( si notano galleggiare, fra le acque luride del fondo, perfino ben 6 contenitori della Rap!) e da erbacce gigantesche che ne hanno mutato l’originario aspetto. All’imbrunire, infine, il rischio di essere rapinati dai malintenzionati, nelle vie meno frequentate, è molto alto. Questo, in sintesi, lo “spettacolo” che inquieta  molti. Che fare? Al netto di chi sporca e rema contro, la maggior parte dei residenti è pronta a collaborare con il Comune che , comunque, dovrebbe assicurare interventi manutentivi, pulizia e maggiore attenzione verso chi segnala disservizi e inadempienze.  Intanto, “l’isola buona” non c’è quasi più. Per il momento  rimane soltanto un’ efficace invenzione letteraria di un valente scrittore.  

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