Immaginifico Capossela (di Carmela Corso)

Vinicio Capossela

di Carmela Corso

 

Come in un grande affresco poetico è andato in scena ieri, nella suggestiva cornice del Teatro di Verdura, tra gli applausi entusiasti del pubblico Orcæstra, il tour di Vinicio Capossela che segue l’uscita dell’album “Canzoni della Cupa”, accompagnato nelle tappe siciliane dall’Orchestra del Teatro Massimo di Palermo.

Cappellaccio in testa e vistosa spilla al petto, nelle vesti di un moderno Ulisse, un po’ pirata e filibustiere, inizia il viaggio folle e un po’ mistico, per mari aperti e sconfinati, sulle tracce del Grande Leviatano, la Orcæstra per l’appunto,il pantagruelico congegno musicale fatto di archi e fiati, che richiama alla mente i brani del passato; un gigantesco pachiderma onnivoro che inghiotte i canti, li eleva e li risputa in forma di odissea orchestrale. Al timone di questa nave immaginifica il Maestro Stefano Nanni, fedele compagno d’avventura di Capitan Capossela. Ed è così che, in una fusione di travestimenti, visioni, arte a tutto tondo, luci, colori e calore, il teatro di viale del Fante si fa un grande mare e gli spettatori tanti piccoli pesci risaliti a galla per ammirare questa allegra brigata.

Inizia con un richiamo a Moby Dick, la grande balena bianca di Melville, un racconto che parla di creature leggendarie, mostri marini e sirene, di canti malinconici e struggenti di un poeta che ricorda un tempo che non c’è più ma che, forse, può ancora tornare, cantato attraverso le musicalità dolci e profonde di Modì.

Trascinato dal calore del pubblico, l’istrionico cantautore cavalca sui ritmi vivaci e frizzanti di Maraja, per poi lasciarsi cullare dalla danza delle ballerine avvolte in soffici tutù di Bardamù. Si riprende, dunque, il mare aperto viaggiando come Odisseo, guidati da Le Pleiadi, amiche dei viandanti, che iscrivono in cielo le armonie celesti, racchiuse nell’intervallo tra fa e mi, fame e miseria, attorno al quale si consuma la vita umana. Una miseria dell’anima, la stessa raccontata nell’Odisseo di Dante, che osò sfidare i limiti umani nel suo folle volo, raccontato in Nostos: un viaggio fisico e spirituale alla ricerca della propria identità ritrovata nella voce vellutata e seducente del canto delle sirene che “parlano di te, di quello che eri come se fosse per sempre”; un canto che conduce alla morte dopo aver ricucio e sanato le ferite del tempo. Ma è anche un viaggio nel dolore, nella nostalgia del distacco, nell’allontanamento da sé e dalle cose care. Un esilio tragico, straziante e struggente racchiuso in una preghiera alla SS dei Naufragati. “Chiunque attraversa il Mediterraneo è un moderno Ulisse”. Inizia così la supplica con una corona di rose al collo a memoria dei naufraghi sconfitti. Ma nel momento in cui cala un silenzio profondo e religioso , Capossela si lancia imprevedibile, in un tributo a Palermo e alle Rosalie, un simbolo di un amore infiammante eviscerale, “bianco come le nuvole, giallo come la febbre”. Un dono, quello della rosa, che diventa resa e attesa.

Avvolto in una vestaglia nera, accompagnato dalla sua orchestra, viene messo a tappeto dall’esecuzione dell’Intervallo di Cavalleria Rusticana, nei panni di un improbabile Jack La Motta, raccontando la passione condivisa con l’amico Nutless, per i film western e Toro Scatenato. Si prosegue volando sulle ali di un Ippogrifo – la leggendaria creatura portata in spalla da uno dei tradizionali pupi siciliani – in Camminante.

Nel gran finale ci si ritrova nel bel mezzo di Scicli, durante le celebrazioni del “Cristo da Corsa”, trascinati dai suoni della banda/orchestra che, intona un travolgente Inno alla gioia, l’uomo vivo che di spalla in spalla, pazzo di gioia, barcolla, traballa sul dorso della folla. Si butta, si leva e al cielo si solleva”.

Uno spettacolo scoppiettante che trasuda la ricercata essenza, la forza evocativa e visionaria di Vinicio Capossela con la sua Orcæstra al seguito si esibirà stasera al Teatro Antico di Taormina e domenica 15 a Noto.

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