Quel cantore beffardo che si oppose al fascismo

di Carmela Corso

Peppe Schiera icona della palermitanitudine

Se c’è una cosa che al palermitano riesce bene è quella di saper trovare consolazione, un po’ per vocazione, un po’ per necessità, in ogni situazione. In una sorta di passiva rassegnazione. Il panormita lascia correre in attesa di tempi migliori senza, tuttavia, disdegnare un po’ di sana ironia, gene dominante di quel “futtitinni” tutto palermitano che aiuta ad affrontare meglio le difficoltà e, a detta dei più anziani, a vivere più a lungo.

Portatore sano della filosofia del futtitinni era “a mudichedda”, al secolo Giuseppe “Peppe” Schiera, conosciuto anche con l’appellativo di “a fabbrica ru’ pitittu” (la fabbrica della fame), un figlio del popolo: magro, pallido, con degli occhi vispi, troppo grandi per il suo volto. Duranti i tristi anni del fascismo era uno di quei pochi rivoluzionari che osava sfidare l’autorità del Duce commentando avvenimenti politici e sociali con improvvisate rime satiriche caratterizzate da una fin troppo pungente ironia.

Nato in uno dei rioni più poveri di Palermo, diciottesimo figlio di un bracciante agricolo, viveva di espedienti, arrabattando quanto poteva per sopperire alla miseria e alla mancanza di cibo. Passò tutta la vita schiacciato dalle difficoltà economiche che non riuscirono, tuttavia, a smorzare la sua innata capacità di improvvisare rime, rigorosamente in lingua siciliana, che recitava agli angoli delle strade nella speranza di attirare l’attenzione dei passanti osservandoli e vendere dei foglietti con su scritte le sue poesie e stravaganti filastrocche. Tema ricorrente delle sue composizioni erano certamente la fame e la misera, trattate da Schiera con sapiente ironia.

Passatempo preferito era il commento con toni burleschi al “sabato fascista”. Con spirito dissacratorio faceva il verso ai comunicati del Duce. Al pari dei sodali che prendevano la parola nel cuore di Hyde Park, anche Schiera montava su uno sgabello, pronto ad ammaliare e divertire il suo pubblico. Il regime, i gerarchi, la falsa retorica fascista, la guerra e la fame che si portava dietro erano bersagli prediletti dei suoi sberleffi e dei suoi rabbiosi nonsense che, molto spesso, gli procuravano permanenze più o memo lunghe nelle carceri dell’Ucciardone.

Se Mussolini esclamava: «Se avanzo, seguitemi», Schiera rispondeva con: ‘U Duci nni cunnuci contru u palu ra luci, non lesinando suggerimenti e consigli su un possibile cambio di carriera.

Stu beddu Mussulinu

‘un va mancu un carrìnu

megghiu ca va cogghi pitrusinu

nno beddu jardinu

a munti Piddirinu

Il 13 maggio 1943, Schiera moriva sotto il bombardamento che distrusse il rifugio di piazzetta Settangeli. Di lui rimangono solo i malinconici ricordi di quei palermitani che in quelle poche rime trovavano conforto e la voglia di resistere un giorno in più e uno spazio, nel cuore di quella Ballarò che tanto aveva amato, che ricorda ai più giovani che c’era una volta a Palermo un poeta di strada di nome Peppe Schiera, c’era una volta la voglia di sorridere e ricominciare.  Alla memoria di Peppe Schiera, di quello che ha saputo rappresentare nel processo di costruzione identitaria di un popolo intero, la promessa di vedere intitolato a questo mattatore popolare, insieme ad altri due grandi della commedia alla palermitana, Franco e Ciccio, un museo della maschera, grande e e atteso progetto di Palermo Capitale della Cultura. 

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