Dall’Italia è fuga di cervelli “elettronici”

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Aumentano gli italiani che si trasferiscono all’estero: lo dice l’Istat nell’ultimo Report Iscrizioni e Cancellazioni Anagrafiche della Popolazione Residente. In tutto sono 816mila quelli che hanno lasciato il Belpaese negli ultimi 10 anni e oltre il 73 per cento ha 25 anni e più; di questi, quasi tre su quattro hanno un livello di istruzione medio-alto. In due lustri sono espatriati circa 182 mila laureati e l’età media degli emigrati è di 33 anni per gli uomini e 30 per le donne.  

«I nostri giovani sono le risorse migliori su cui l’Italia può puntare non solo per crescere, ma per diventare il principale competitor su scala mondiale – dichiara Antonio Marchese, vicepresidente esecutivo di Soft Strategy – Perché continuare a perdere le menti migliori nell’indifferenza generale, perché non cercare di arginare la cosiddetta “fuga dei cervelli” all’estero? La soluzione per la crescita del Paese sono proprio loro. Il nostro esempio lo dimostra: puntiamo sui talenti migliori per galoppare l’epoca dell’industria 4.0 e della digitalizzazione dei processi anche in ambito pubblico”.

E mentre le menti migliori lasciano il Paese, continua a crescere il cosiddetto mismatch, ovvero il gap tra la domanda delle aziende che devono assumere e il livello di competenze che i giovani riescono ad offrire.

Stando ai dati elaborati nell’ultimo Rapporto Excelsior di Unioncamere intitolato La domanda di professioni e di formazione delle imprese italiane nel 2018 una delle informazioni più preziose contenute nell’indagine è proprio  la valutazione operata dalle imprese sulla difficoltà di reperimento delle figure professionali da cui emerge che dall’analisi delle prime trenta professioni, nella filiera dell’elettronica e informatica si concentra una significativa richiesta di figure non facilmente reperibili sul mercato a diversi livelli di specializzazione (analisti e progettisti di software, esperti di apparecchiature informatiche, ingegneri elettrotecnici). 

«Al mercato del lavoro al momento mancano i profili giusti – dichiara Miriam Persico, Direttore Area Legal e risorse Umane di Soft Strategy -. Gli studenti che fanno percorsi di studi che hanno un’evoluzione in linea con i sistemi informatici sono pochi, per questo facciamo fatica a reperire risorse. All’interno dei nostri percorsi di formazione aziendale creiamo dei veri e propri vivai sostenendo e incentivando master di formazione attraverso i quali riusciamo a collocare nella nostra azienda i profili in base alle professionalità di ognuno».

Se fosse necessario utilizzare un termine sintetico per catturare i fenomeni che stanno investendo il mercato del lavoro dei principali Paesi avanzati e, dunque, anche dell’Italia, il termine più appropriato sarebbe cambiamento strutturale, in quanto relativo alla struttura stessa della produzione e in particolare al rapporto tra impiego dei fattori di produzione (capitale e lavoro) e output

La digitalizzazione dei processi e il progresso tecnologico sono legati all’applicazione della rivoluzione digitale al settore produttivo. Non si tratta solo delle tecnologie relative alla cosiddetta industria 4.0 e all’impiego di robot in sostituzione del lavoro manuale, ma riguarda anche lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle implicazioni che ha per il mondo dei servizi, coinvolgendo professioni che sino a pochi anni fa sembravano immuni dalla minaccia tecnologica. (Redazione)

 

 

 

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