Cultura nuova?

particolare della facciata del Biondo

di Carmela Corso 

Non accenna a placarsi la bufera che si è abbattuta sul teatro Biondo dopo la bocciatura a teatro nazionale. Ad accendere la polemica è stato inzialmente il direttore Roberto Alajmo. Ma quali sono le cause di questo nuovo – e indigesto – fallimento? Di questo schiaffo ad un pezzo importante della cultura siciliana? Secondo i fedelissimi di Alajmo e il presidente del Biondo, Gianni Puglisi, sarebbero da ricercarsi, non tanto in un’effettiva carenza di qualità del progetto presentato, che pure conta nomi altisonanti del calibro di Roberto Andò, Davide Enia, Emma Dante, quanto più in una faida politica tutta siciliana, di cui si vocifera da tempo tra i corridoi del teatro di via Roma, aggravata da un mancato appoggio da parte dell’amministrazione comunale a cui viene recriminato di non concedere abbastanza spazi né abbastanza fondi.

Retroscena di una crisi che lasciano discutere e aprono il dibattito sulla direzione artistica di Alajmo che ha aperto la struttura alla città proponendo spettacoli che potessero attrarre anche un pubblico più giovane, “riportando a casa” numerosi artisti locali. Questo ha sì risollevato il teatro, che sembrava, ormai, sul viale del tramonto, ma i problemi sono comunque rimasti. Se alla prima bocciatura è corrisposta la fase 2.0 di rinnovo del Biondo, la nuova è arrivata come una doccia fredda, proprio in quell’anno in cui Palermo si è laureata Capitale Italiana della Cultura.

Da allora gli umori si sono fatti sempre più ombrosi e, ad oggi, il Biondo sembra imprigionato in una rete di polemiche che non accennano a smorzarsi e che non sembrano dare risposte efficaci alle problematiche che impediscono al teatro di fare il salto di qualità che attende da anni. A rinfocare gli animi, la regista Emma Dante, una dei big chiamati a raccolta dal direttore che, da anni, chiede alla città uno spazio nel quale portare avanti la sua ricerca teatrale; richiesta che, a suo dire, è rimasta sempre ignorata in un clima di vaghezza e incertezza e che oggi lancia il guanto di sfida, a mezzo stampa, all’assessore comunale alla cultura Andrea Cusumano: “Proviamo in uno scantinato umido e oneroso – dichiara la Dante – senza uno spazio lascio Palermo”. Dall’amministrazione la risposta non si è fatta attendere: “Mi spiace cogliere dei toni che nè io nè il sindaco crediamo di meritare, specialmente da un’artista che stimiamo e che in questi ultimi anni non è stata certamente ignorata dalle istituzioni. Ognuno è libero di scegliersi il posto in cui si sente a suo agio”, ha sentenziato Cusumano. Parole che non sono piaciute alla regista che si dice “dispiaciuta di non poter continuare un dialogo costruttivo che ho provato da mesi a tenere con le istituzioni. Ciò che chiedo è uno spazio assegnato dal Comune con un affitto non proibitivo che consenta a me e alla compagnia di continuare la nostra ricerca. Non ho minacciato nessuno, non chiedo la luna ma un aiuto concreto. Un politico dovrebbe preoccuparsi di trattenere e sostenere i talenti della propria città che sono riconosciuti a livello internazionale e non dare risposte prive di apertura e dialettica”. Le fanno eco Alajmo e numerose realtà cittadine come le anime del neonato Spazio Franco: “Chiediamo un riconoscimento alle nostre attività. Non bisogna solo destinare spazi agli artisti ma rendere questi spazi dei centri di produzione – dice Giuseppe Provinzano, regista e attore di Spazio Franco – Un teatro va aperto ma anche finanziato. A Palermo manca un regolamento per la destinazione d’uso degli spazi culturali, dalla valutazione degli spazi ai canoni d’affitto da pagare. Ho aperto da poco il mio spazio grazie a un bando nazionale, diversamente non l’avrei mai aperto”.

Ma, da parte sua, il Comune risponde annunciando la messa a punto di un regolamento. “Sugli spazi culturali abbiamo già fatto molti significativi passi avanti – conclude Cusumano – a cominciare dai Cantieri alla Zisa. Il regolamento per i beni comuni è quasi pronto. Il tema degli spazi pubblici bisogna trattarlo come tema della città ed è importante vederlo come un tema di interesse collettivo. Quanto alle accezioni personalistiche, invece, non credo possa altresì dirsi di interesse pubblico”. 

La chiave di lettura di una situazione certamente delicata è che alla crisi che sta attraversando il Biondo possa aver contribuito un eccessivo protagonismo da parte degli stessi soggetti che avrebbero dovuto risollevarne le sorti, impantanati in uno stallo e in una posizione di instabilità e di apparente incomunicabilità con le istituzioni locali. Una storia amara, copione già visto di una Sicilia che, ancora una volta, pare essere  “l’isola che non c’è” 

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