Clima, Greenpeace va alla guerra

ph Maximilian Jaenicke on Unsplash

Al termine di un’estate segnata da eventi climatici estremi che hanno colpito duramente anche l’Italia con ondate di calore, incendi e alluvioni, una nuova analisi di Greenpeace Europa centro-orientale (Cee) mette in luce come le grandi aziende di combustibili fossili continuino a ingannare l’opinione pubblica sulla loro effettiva volontà di ridurre l’impatto che hanno sul clima del pianeta.

Nonostante i tentativi di greenwashing, infatti, nel 2022 solo lo 0,3 per cento della produzione energetica totale delle 12 principali compagnie petrolifere europee proveniva da fonti rinnovabili. È quanto emerge dal rapporto The Dirty Dozen, che analizza gli investimenti e le politiche energetiche della “sporca dozzina”, cioè delle 12 maggiori aziende petrolifere europee, tra cui Eni, Shell, BP e TotalEnergies.

Nonostante nel 2022 i profitti di queste aziende siano cresciuti in media del 75 per cento, gli investimenti sono aumentati solo del 37 per cento. Inoltre, appena un misero 7,3 per cento degli investimenti è stato destinato alla produzione di energia sostenibile e a basse emissioni di carbonio, mentre il restante 92,7 per cento è servito per alimentare il solito settore del petrolio e del gas fossile.

Sebbene la crisi climatica sia sempre più grave, l’industria dei combustibili fossili continua ad aggrapparsi a un modello di business distruttivo“, dichiara Simona Abbate, Campaigner Energia e Clima di Greenpeace Italia.

I piani di decarbonizzazione delle aziende fossili, oltre a essere inadeguati, si rivelano solo parole vuote: invece di investire davvero nell’energia rinnovabile di cui abbiamo bisogno, ci inondano di pubblicità ingannevoli infarcite di greenwashing. Continuare a investire in gas e petrolio è un crimine contro il clima e le generazioni future. I governi hanno la responsabilità di guidare la transizione energetica, incentivando le fonti rinnovabili e pianificando un rapido abbandono dei combustibili fossili“.

Fra le aziende esaminate c’è anche l’italiana Eni che nel 2022 ha registrato entrate record per 132,5 miliardi di euro, il 109 per cento in più rispetto al 2019-2021 e i profitti più alti di sempre, con un utile operativo adjusted pari a 20,4 miliardi di euro, più che raddoppiato rispetto all’anno precedente. Solo le briciole sono però state destinate allo sviluppo delle rinnovabili.

Degli 8,1 miliardi di euro di investimenti in conto capitale, infatti, ben il 90 per cento è stato destinato al comparto fossile e appena 0,6 miliardi di euro, pari a poco meno dell’8 per cento, sono stati investiti nella generazione e vendita di energia, e di questi solo una parte in energie rinnovabili. 

Oltre a questo enorme sbilanciamento degli investimenti a favore delle fonti fossili, si aggiunge il fatto che i piani industriali di Eni prevedono significative emissioni di gas serra ben oltre il 2050“, continua Abbate. “Per questo abbiamo deciso di fare causa all’azienda, affinché siano riconosciute le sue responsabilità nella crisi climatica e per costringere i vertici di Eni ad adottare una vera strategia di decarbonizzazione in linea con l’Accordo di Parigi“.

Lo scorso 9 maggio Greenpeace Italia, insieme con ReCommon e a 12 cittadini italiani, ha notificato a Eni un atto di citazione per l’apertura di una causa civile nei confronti della società, del Ministero dell’Economia e delle Finanze e di Cassa Depositi e Prestiti per i danni subiti e futuri, in sede patrimoniale e non, derivanti dai cambiamenti climatici a cui Eni avrebbe consapevolmente contribuito con la sua condotta negli ultimi decenni. (Redazione)

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