Un Cavaliere di Gran Cina al Quirinale (di Sergio Scialabba)

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di Sergio Scialabba

E’ financo peggio – dal punto di vista morale – che la casa di moda italiana Giorgio Armani sia uscita indenne dalla recente misura del Tribunale di Milano che ha colpito una sua società controllata per discutibili modelli di produzione o per non essere stata in grado di impedire pratiche sbagliate.

Purtuttavia, desta postuma perplessità la scelta di far entrare nella casa degli italiani chi, già da tempo, si sapeva assumesse contegni ambigui. Nel 2020, infatti, Armani Casa, facente parte del gruppo, entrò al Quirinale col progetto fortemente voluto dal Presidente della Repubblica, volto ad aggiornare il patrimonio artistico del luogo simbolo dello Stato italiano.

Opere d’arte, mobili e oggetti di design contemporaneo “straordinarie espressioni della vitalità creativa italiana” con il celebre stilista, pure insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce.

Decenni di spregiudicate relazioni internazionali (con cui tutti, non solo Armani, hanno dovuto fare i conti) hanno causato seri danni alla qualità del lavoro e dell’ambiente nel nostro paese, particolarmente nel caso di aziende che sono altresì molto radicate negli Stati Uniti.

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