Carmela Corso intervista i ciarameddari

gli zampognari “ciarameddari” di Monreale (da sinistra) Benedetto Miceli, Salvo Modica ed Emanuele Modica

di Carmela Corso

 

Con l’approssimarsi del Natale e la città già vestita a festa, negli immancabili rosso, verde e oro, sembra quasi di poterne respirare la tipica atmosfera, fatta di colori, profumi e suoni, che riportano alla mente scene bucoliche legate alla tradizione pastorale isolana. E in una società dove è tutto condizionato dal web, essa assume i contorni di un ritorno all’umanità, a quella semplicità che abbiamo dimenticato. Ne sono un esempio gli zampognari, i ciarameddari: un fenomeno tutto italiano, prevalentemente del Sud, dal fascino unico che, durante il periodo delle “novene” (dell’Immacolata dal 29 novembre all’8 dicembre, e di Natale dal 16 dicembre al 6 gennaio), ripropone in alcune zone della Sicilia e dell’Italia meridionale, i suoni del passato.

Un rito secolare che ogni anno si ripete per i vicoli e le strade di Palermo e Monreale, che le famiglie Carrozza e Davì portano avanti da generazioni, e che oggi viene continuata, non senza difficoltà, da Benedetto Miceliciarameddaro doc, ultimo discendente della famiglia di suonatori Davì e vincitore, nel 1996, della rassegna internazionale Zampogna d’oro di Erice – Salvatore Modica dal figlio Emanuele, gli ultimi rimasti in paese, ai quali abbiamo chiesto di raccontarci un po’ di questo prezioso pezzo di storia. Basta lasciare libero sfogo ai ricordi per conoscere un mondo affascinante e complesso che passa per la costruzione a mano degli strumenti, realizzati in legno e pelle animale secondo tecniche tramandate gelosamente di padre in figlio, e il riadattamento degli antichi cunti delle zone rurali.

Come definireste il “mestiere” del ciarameddaro?

«Quello del ciarameddaro non era un mestiere vero e proprio, era quasi una missione. – racconta sorridendo Benedetto – Nel periodo invernale quando il freddo e la neve impedivano di lavorare la terra, ci si armava delle ciaramelle e di altri strumenti, e si girava per le campagne per suonare i canzuni (canti di carattere devozionale), le sunati (melodie strumentali) e le litanie che raccontavano la natività, la passione di Cristo, il cammino doloroso di San Giuseppe, la vita e il miracolo di Santa Rosalia ed altre “storie” sacre, ma anche canzoni più conosciute come Tu scendi dalle stelle e l’Inno eucaristico».

Come si diventa ciarameddaro? C’è un’età giusta per iniziare?

«Non è una questione di età. Fin da piccoli ascoltavamo i grandi durante il periodo del Natale. Non si imparava il mestiere attraverso delle “lezioni”. Si osservava e si ascoltava: gesti, parole e melodie, di continuo finchè non si imparava. Quando poi eravamo abbastanza grandi da poter suonare, avevamo già imparato a memoria le parole dei canti e sapevamo come mouvere le dita per produrre un tipo di melodia piuttosto che un’altra. La cornamusa che usiamo noi – specifica Salvatore – è la ciaramedda monrealese “a chiave”, che è diversa dagli altri strumenti a fiato completi e che non si trova da nessun’altra parte se non a Monreale. Questa, per esempio – dice indicando lo strumento che stringe a sé – ha più di 300 anni. Ormai così non se ne fanno più».

In quali periodi dell’anno vi esibite?

«Suoniamo soprattutto nel periodo di Natale per le novene. Giriamo per i vicoli del paese, passando per le edicole, nelle botteghe e nelle chiese, per i nove giorni della Novena, fino alla notte di Natale. Ci spostiamo anche fuori Monreale, per esempio nella zona di San Giuseppe Jato dove, don Filippo Lupo, continua da anni la tradizione della novena “all’antica”. Iniziamo presto, alle 5 del mattino, nella chiesa dove si recano a raccolta grandi e bambini».

La vostra è una tradizione che ha più di 300 anni. Quanti ciarameddari ci sono oggi a Monreale?

«Monreale – aggiunge Salvatore stringendo il suo strumento tra le mani, negli occhi l’orgoglio di chi custodisce un tesoro dal valore inestimabile – ha una lunga tradizione di famiglie di suonatori. In passato eravamo più o meno una trentina. C’erano i Davì, i Carrozza ed altri. Oggi, invece, siamo solo noi gli ultimi eredi che portano avanti l’eredità degli avi».

Un’eredità importante che ha portato Salvatore e Benedetto nelle università di Roma, Tornino, Napoli e Bologna a tenere corsi e seminari sulla storia e l’utilizzo della ciaramedda ma che, per ironia della sorte, sembra, dopo secoli di pratica ininterrotta, essere destinata al tramonto a causa del disinteresse di una società e di istituzioni che non riconoscono il giusto valore alle tradizioni di una volta.

Cosa auspicate per il futuro?

«Senza qualcuno che si impegni a continuare, quest’eredità scomparirà. La nostra speranza è che ci si accorga in tempo del valore non solo materiale ma anche sociale di questo strumento e che si faccia in modo che il nostro impegno nel voler far conoscere e tramandare l’arte dei cirameddari non vada perduto».

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