Carmela Corso intervista Alessio Bondì

Concerti e manifestazioni collaterali al Festino di Santa Rosalia

(Carmela Corso) Sulle note dolci e fanciullesche di “Di cu si” si è chiuso ieri, tra gli applausi, i sorrisi, e le danze del pubblico, il concerto del cantautore palermitano Alessio Bondì, simbolo di una sicilianità spontanea e indipendente, sul palco di Piazza Marina in occasione dei festeggiamenti per la 394esima edizione del Festino di Santa Rosalia. Accompagnato dalla band formata da Carmelo Graceffa (batteria), Alfonso Vella (sax), Alessandro Presti (tromba), Carmelo Drago (basso) e Fabio Rizzo (chitarre) si è esibito in un repertorio con i brani del primo disco “Sfardo” e, in anteprima, alcuni tratti da “Nivuru”, in uscita per Malintenti Dischi e 800A Records in autunno, dando vita ad un tributo, insieme frizzante, giocoso e delicato, alla città e alla sua Santuzza bambina; un inno alla leggerezza, tema centrale di questo Festino.

Santa Rosalia è un simbolo – dice l’artista – di quello che Palermo può essere a partire dal  suo background reale. Un tripudio di bellezza che diventa rappresentazione della vita e della morte, anche nel nome, Rosalia: la rosa e il giglio, una corona funeraria. La capacità di vivere la morte proiettati, tuttavia, alla vita, al futuro

Alessio Bondì, palermitano doc: “Santa Rosalia è un simbolo”

Si inizia con Sfardo, brano che da il nome all’album, struggente ballata su una visione intima e commovente del dolore, dal quale, lentamente si risale la china per lasciarsi cullare dalla tenerezza di Di cu si (ripresa nel bis finale per la gioia delpubblico) dolcissima e vivace filastrocca in musica che rimanda ai giochi, alle corse e alle spensieratezza propria dei bambini. Si prosegue con Wild Rosalia e Vucciria, racconti in musica dedicati a Palermo e alla sua palermitudine, ai suoi luoghi – tetaro di improbabili incontri e fugaci amori all’ombra del Garraffello – alle sue abtudini, alla sua più viscereale essenza che l’ha fatta grande nei secoli; ed, ancora, Ghidara, Si fussi fimmina, straziante e malinconica ballata sulla fine di un amore che vive in un spazio e in un tempo senza tempo. “Ccà nun c’è nuddu ca nni rici niente, nun c’è nuddu ca nni cunta favole” e allora ci pensa Alessio con panieri che diventano mongolfiere in Es mi mai e capanne fatte di mollette, in Granni granni, piene di denti da latte, segni di croce e coriandoli. Ma come tutti i bambini anche il piccolo Alessio è diventato grande e con lui anche pensieri, paure e insucurezze raccontate con una grande forza evocativa, in un perfetto equilibrio di passionalità e pacata eleganza, in brani come In funnu o mari, in cui si ha la sensazione di sprofondare in un mare infinito, notturno e solitario – “Ma ‘u chianciu ìu ‘stu mare,‘sti lacrimi su’ i mia e chianciu p’anniari. Ca ‘sti lacrimi ‘un asciucanu mai, annìu e m’addurmisciu” – e Rimmillu ru voti, in cui, tra il pizzico delle corde e il suono dell’armonica, basta chiudere gli occhi per cercare, tra le profondità dell’anima, la calma interiore e ritrovare il sorriso necessario per  rispondere, anche con ironia, ai silenzi di chi tenta di tarparci le ali, come accade in Iccati sangu, dalla cui iniziale amarezza parte un continuo gioco di fiati e corde.

Apprezzato da pubblico e critica per uno stile che unisce ritmi e sonorità folk, indie, ma anche esotiche e blues, ad una raffinatezza dei testi sintetizzata dall’uso di un siciliano armonico e mai volgare, il cantauore classe ’88, vincitore del Premio De Andrè e della Targa Siae al Premio Andrea Parodi, rappresenta un ibrido dalle innumerevoli sfumature, difficile da accostare ad una definizione specifica. Nei suoi brani si alternano momenti bui a “sfardi” di luce, commoventi poesie e divertenti filastrocche che non stancano mai. Proprio per questo gli abbiamo rivolto qualche domanda per tentare di conoscerlo meglio.

Ciao Alessio, un saluto da parte dei lettori di Palermo Capitale Online. Raccontaci: chi è Alessio Bondì?

Alessio Bondì è un semplice ragazzo di trent’anni, ma principalmente è uno che ha l’esigenza di scrivere delle canzoni e di cantarle. C’è sempre stata nella storia nell’uomo quest’esigenza di scrivere delle cose e di farle sentire agli altri, come in una rigenerazione collettiva. Io in questo caso ricorpro il ruolo di personaggio che emette delle emozioni, delle parole che possano intrattenere, ridere, fare riflettere

I tuoi brani sono caratterizzati da una musicalità allegra ma, al tempo stesso, dolce ed elegante che richiama alla mente ambientazioni fiabesche e un po’ bucoliche, in qualche modo legate al mondo dell’infanzia ma che, al tempo stesso, attraverso i testi, propongono anche riflessioni profonde (Rimmillu ru voti e In funnu ‘o mari). Quanto c’è di fanciullesco nella tua musica e a quali brani sei maggiormente legato?

Molto. Le mie canzoni nascono partendo dai ricordi, dalle emozioni della mia infanzia. Sono tutti pezzi di cuore che canto ormai da cinque anni e più ed, eccetto forse per alcuni brevi momenti, non mi sono mai stancato di cantarli e suonarli. Sono tutti frutto di una scrittura molto sincera, collegati ad episodi precisi della mia vita. E, in base ai momenti, mi sento più legato ad uno piuttosto che ad un altro pezzo. Ogni volta, nel momento del live, le mie canzoni diventano contenitori in cui metto un’emozione diversa. Oggi, forse, la mia preferita è Ghidara, che non ho mai suonato dal vivo.

Nell’era degli inglesismi e delle tendenze esterofile tu hai scelto il dialetto, una scelta spesso impopolare tanto in Sicilia quanto altrove poiché legato, nelll’immaginario collettivo, a qualcosa di poco elegante. Come viene accolto il siciliano dal pubblico e non temi che questo possa essere un limite?

Secondo me esiste un razzismo di fondo che esercitiamo più noi che gli altri. Quando io mi ergo e divento Siciliano all’estero o al Nord Italia, mi piace l’idea che le persone vedano la profondità dei millenni e non degli ultimi cinquant’anni di storia recente in cui si è stabilito che il siciliano è volgare. È come se ci fosse una specie di corto circuito. Io studio il siciliano come l’italianmo o l’inglese ma per qualche ragione non lo si considera come una lingua o una risorsa. È chiaro che viene accolto meglio dal pubblico palermitano perchè ha maggiore contezza ma poi la musica ha il potere di mettere in comunicazione tutti, indipendentemente dalla provenienza geografica.

Sull’utilizzo del dialetto se e quanto hanno influito autori e artisti come Rosa Balistreri e Ignazio Buttitta?

In realtà inizialmente poco, perchè non li conoscevo se non sommariamente quando ho inziato a crivere in siciliano. Avendoli poi approfonditi inevitabilmente nei lavori successivi c’è un po’ più di quel tipo di Sicilia. Ho ascoltato molto Buttitta, su cui sto anche facendo un spettacolo, “Pomice di fuoco”, che andrà in scena alle Orestiadi il 21 luglio e a Tindari il 5 agosto con la regia di Vincenzo Pirrotta, Filippo Luna ad intepretare proprio Buttitta ed io che musico alcune poesie.

Ultima domanda. Stefani Benni dice che “l’arte in tutte le sue forme è scappare dalla normalità che ti vuole mangiare”. Sei d’accordo con questa affermazione e c’è un motto o una filosofia alla quale ti ispiri?

Sono d’accordo anche se la cosa può essere vista in mille modi. Può essere non solo un volo verso qualcosa di altro ma anche un ritornare anche alle proprie radici. In generale l’arte che mi piace ha quel presupposto di identità georgrafica che ti nutre di una fame di rivalsa.

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