Calato il sipario (di Carmela Corso)

si è chiusa Manifesta 12

di Carmela Corso

 

É calato ufficialmente il sipario sul grande palcoscenico di Manifesta, la biennale nomade europea d’arte contemporanea che ha scelto il capoluogo siciliano, al centro dell’attenzione mediatica con il riconoscimento a Capitale Italiana della Cultura 2018, come sede dell’edizione numero 12 che oggi passa il testimone a Marsiglia, sede di Manifesta 13.

Salutano l’esperienza palermitana la tavola rotonda organizzata negli spazi del Teatro Garibaldi – sede operativa e quartier generale di Manifesta,  trasformato per l’occasione in una grande agorà – uno spazio aperto al pubblico dibattito sull’impatto e il lascito della biennale a Palermo e i i DJ-set di Invernomuto al Teatro Garibaldi e di Rover alla Chiesa di San Mattia ai Crociferi curato da Rover.

E con la fine della biennale è il momento di tirare le somme e riflettere su quanto visto.

Malgrado le grandi aspettative ed una campagna pubblicitaria curata con largo anticipo, Manifesta – su cui pure l’amministrazione comunale, e il sindaco Leoluca Orlando in primis, ha tanto puntato per il rilancio socio culturale di Palermo su scala mondiale, nell’immagine di città affascinante, colta e partecipe – non è riuscita a lasciare il segno, lasciando solo un’effimera traccia del suo passaggio sui tanti che – a giudicare dalla risposta e dalla partecipazione assai al di sotto di quanto sperato – “non l’hanno capita”. Cosa, dunque, non ha permesso a Manifesta di farsi amare dai palermitani? Ma, soprattutto, è Manifesta a non essere “adatta” per Palermo o è, al contrario, Palermo a non essere ancora “pronta” per Manifesta?

La risposta è, forse, facilmente individuabile in alcuni elementi che hanno caratterizzato la biennale:

il tema: “Il Giardino Planetario. Coltivare l’esistenza”, scelto cavalcando l’onda dei tanti e articolati sconvolgimenti sociali, politici e ambientali dell’ultimo decennio,  per spingere ad una riflessione attiva e partecipata della realtà contemporanea, dai flussi migratori, alla sostenibilità, all’integrazione interculturale.  Una scelta, per molti versi, “superata”, quasi scontata o retorica, per una città come Palermo che, malgrado gli ultimi accadimenti internazionali, ha inciso nel proprio DNA la cultura dell’accoglienza e dell’integrazione. Basta dare un’occhiata ai vicoli del centro storico per leggere tanto nelle architetture, quanto negli atteggiamenti del quotidiano, una assoluta normalità nei processi di interazione tra culture ed etnie che da millenni hanno trovato nella città tutto porto la propria casa;

la comunicazione: che sia stata o meno frutto di una scelta precisa, la comunicazione relativa ai tanti (talvolta troppi) eventi è stata confusionaria e mal gestita. Poche informazioni (quasi esclusivamente in inglese)  che non hanno aiutanti chi, giù riluttante all’approccio con il mondo dell’arte contemporanea e concettuale, non ha trovato il giusto coinvolgimento, in termini di linguaggio e fruibilità;

gli spazi: così come per la comunicazione anche la scelta degli spazi è parsa essere espressione di una gestione confusa e non organizzata. Troppe le sedi che hanno ospitato più mostre e appuntamenti contemporaneamente, un voler strafare inutile e, in molti casi, controproducente ma che, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, ha permesso ai visitatori – che pure spesso non hanno compreso a pieno il file rouge tra l’opera e la location – di riscoprire luoghi della città difficilmente inseriti all’interno dei consueti pacchetti turistici;

le periferie: obiettivo primario di Manifesta è stato il coinvolgimento della città nella sua interezza, nel tentativo di portare l’arte lì dove assente. In tal senso la realizzazione dell’orto urbano in uno dei quartieri difficili di Palermo come lo Zen o i progetti a più voci nella zona dei Danisinni che, malgrado le aspettative e un coinvolgimento attivo dei residenti in alcune fasi, sembrano essere rimasti fini a se stessi e non avere prodotto una eco sufficiente all’avvio di una efficace riqualificazione del tessuto urbano;

la chiusura: di una parte della rappresentanza politica e della cittadinanza che non vede (ancora) nell’arte e nella cultura uno strumento di crescita non solo sociale ma anche, e soprattutto, economica. Puntare alle (tante) storture – che pure ci sono e sulle quali tutti devono impegnarsi – piuttosto che investire sull’immenso patrimonio artistico che “non fa guadagnare nessuno – commenta qualcuno –  e non risolve i problemi”. Un atteggiamento disfattista, diffuso tra piccolo e il medio ceto, che cozza con il piano del sindaco che, bisogna dargliene atto, ce l’ha messa tutta per promuovere l’immagine di una città che ha imboccato la strada del cambiamento;

la fruibilità della città stessa che non è ancora dotata di un adeguato servizio di trasporto urbano ed extra urbano, l’inaffidabilità delle strutture e un, triste, disamore di molti palermitani nei confronti della propria terra che sporcano, vandalizzano e distruggono che rendono un pessimo servizio ad una realtà, Palermo, dalle potenzialità immense e non pienamente sfruttate, mestamente e amaramente prigioniera di una mentalità che le impedisce di proiettarsi al futuro.

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