A che serve un recinto? (di Sergio Scialabba)

il Teatro Massimo

 

di Sergio Scialabba

 

Il titolo della lettera di Lino Buscemi, avvocato-giornalista che conosce molto bene la capitale della Sicilia e la sua storia, appare inequivoco “Caro sindaco, risparmi le recinzioni dei teatri”.  In un intervento pubblico Leoluca Orlando, dopo avere parlato della bellezza intesa come valore estetico,  avrebbe indicato come anomalia tutta locale le recinzioni-barriere non riscontrabili intorno ai teatri delle maggiori capitali europee. “…credo che lo farò nell’ultimo giorno da sindaco: smontare la cancellata davanti al Teatro Massimo e quella del Politeama…”.

Lino Buscemi si chiede se il sindaco abbia riflettuto sugli effetti di tal proposito, se sia proprio così brutta la secolare recinzione dei due teatri simbolo della città, se meritano o no rispetto le ponderate e bellissime scelte progettuali e decorative di colossi dell’architettura come Giuseppe Damiani Almeyda o Giovanni Battista Filippo Basile con il figlio Ernesto. Insomma, cosa c’entrano le recinzioni con la bellezza?

I valori estetici sono il primo argomento in discussione e su quello proviamo ad orientarci. L’industria della moda, per esempio, evoca la bellezza. È il bello che si respira nell’aria, in Italia – il Belpaese – dalle piazze ai monumenti, dalle collezioni custodite nei musei ai promontori, ad avere ispirato i designer italiani. Ed è quello che fa la differenza, perchè la bellezza si compenetra in gesti e pensieri. Ma la moda, va ricordato, è anche industria. La cultura industriale è fatta di ordine, disciplina e gerarchie. Senza i quali non si ottengono risultati. Essi non ci appartengono più da tempo né in fatto di industria né di politiche pubbliche. E, infatti, non abbiamo risultati né nel primo caso né nell’altro. 

Ma si può essere belle o belli anche se vestiti in modo discutibile? Certamente si. Pensiamo al caso del ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Teresa Bellanova, la quale ha iniziato a lavorare come bracciante agricola a 14 anni fino a raggiungere uno dei posti di maggior prestigio cui un uomo (figuriamoci una donna) possa aspirare. Una bella storia e, comunque, una storia di sinistra che, ormai, sono sempre più difficili da trovare. Quanto al vestito blu elettrico che tanto clamore ha suscitato, basterebbe rispondere che non è bello quel che è bello ma è bello ciò che piace. Ciò che, in fondo, ha detto il ministro, la quale si è presentata al giuramento abbigliata come le pareva e piaceva.

Ci sono anche aspetti molto concreti della vita associata, cui rimanda questo articolo che riporta dati Istat che nessuno ha voluto leggere. Il tema della sicurezza è, infatti, ancora molto attuale e i rischi alti, per nulla superati da possibilità tecniche di controllo e monitoraggio di uomini e cose. Sarà chi ha la competenza per stabilirlo a decidere cosa convenga fare o meno. Ma le recinzioni sono belle e cariche di storia, come l’avvocato Buscemi fa bene a ricordare. Rappresentano scelte del passato che vanno considerate e custodite proprio per questo. La delimitazione dello spazio è propria della nostra cultura, essa è forma. Non occorre approfondire il concetto, basta rispettarla, rispettare la forma. 

Per dissuadere Leoluca Orlando, Buscemi ricorda, infine, la campagna nazionale indetta dal Duce per donare il ferro alla patria. Il podestà decise di dismettere le recinzioni del Teatro Massimo e del giardino Garibaldi. Si opposero i palermitani – in camicia nera e non – e, alla fine, l’ebbero vinta. Le recinzioni sono ancora al loro posto. Episodio interessante che andrebbe maggiormente approfondito, anche per capire cosa resti, oggi, della cultura totalitaria, quale vestito abbia indossato. Limitiamoci a ricordare una frase che si dice spesso “durante il fascismo, si potevano lasciare le porte di casa aperte”. L’auspicio è che quel tempo non torni mai più. 

 

 

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