27 anni dopo (di Carmela Corso)

Libero Grassi

di Carmela Corso

Corone di fiori per ricordare il brutale attentato che, ventisette anni fa, costò la vita a Libero Grassi, l’imprenditore palermitano che aveva “osato” ribellarsi alla mafia, rifiutando di piegarsi alle richieste di racket  di Cosa Nostra e denunciando pubblicamente i suoi estorsori con grande esposizione mediatica.

Originario di Catania, ma cresciuto a Palermo, dopo la laurea in giurisprudenza decide di proseguire l’attività di commerciante del padre aprendo, nei primi anni Cinquanta, uno stabilimento tessile. È, insieme alla moglie, tra i fondatori del Partito Radicale e, dal 1961, inzia la parallela attività di redattore di articoli di politica per varie testate locali che lo porterà tra le fila del Partito Repubblicano Italiano per il quale si candiderà nel 1972 senza, tuttavia, essere eletto. È in quegli stessi anni, dopo i problemi riscontrati con la fabbrica di famiglia Sigma, che viene preso di mira dai fratelli Avitabile che pretendono il pagamento del pizzo. Dopo aver denunciato alle forze dell’ordine il tentativo di estorsione e aver rifiutato l’offerta di una scorta personale, scrive una lettera aperta al Giornale di Sicilia in cui esorta i numerosi imprenditori, come lui vittime degli affari illegali della mafia, di uscire allo scoperto e ribellarsi ai ricatti  di Cosa Nostra.

«Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso  e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui» (Libero Grassi, Giornale di Sicilia, 10 gennaio 1991)

Il gesto di Grassi non ha, però, l’effetto sperato. La stessa Sicindustria gli volta le spalle ancora prima che il giudice catanese Luigi Russo affermi che non è reato pagare la “protezione” ai boss mafiosi. «[…] l’unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana» si legge tra le pagine del Corriere della Sera del 30 aprile 1991.

Solo e senza protezione, il 29 agosto dello stesso anno, alle sette e mezza di mattina, viene ucciso a Palermo con quattro colpi di pistola mentre si reca a piedi al lavoro. Ai funerali, a cui presenzia l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il figlio Davide sorprende i presenti alzando le dita in segno di vittoria mentre porta la bara del padre mentre, all’esterno, tra i banchi della politica, si susseguono le polemiche, tra chi ha sostenuto dall’inizio la battaglia dell’imprenditore, come  i Verdi e il Centro Peppino Impastato e chi, invece, non ne ha preso le difese, come Assindustria; un grande marasma mediatico che si traduce nella legge anti-racket 172, cui fa seguito l’istituzione di un fondo di solidarietà per le vittime di estorsione.

Numerose le iniziative, tra tavole rotonde e incontri, in programma oggi, come la seconda edizione della “Vela per l’inclusione sociale“, la veleggiata in barche d’altura a cura del comitato Addiopizzo e Lega Navale Italiana finalizzato alla prevenzione e alla riduzione del disagio socio-culturale e alla promozione dell’inclusione sociale.

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